giovedì 8 gennaio 2015

Libro: "Il signor Cravatta" di Milena Michiko Flašar


Titolo: Il signor Cravatta
Titolo Originale: Ich nannte ihn Krawatte
Autore: Milena Michiko Flašar
Traduttore: Daniela Idra
Edizione letta: Einaudi collana I coralli, 2014 pagine 134

Prima lettura dell'anno, Il signor Cravatta è un romanzo breve di una giovane e promettente scrittrice, nata in Austria nel 1980 da padre austriaco e madre giapponese, Milena Michiko Flašar
Considerata la tematica principale del libro, ero piuttosto curiosa di scoprire come la Flašar avesse coniugato le due culture, dando per scontato che lo stile fosse prettamente europeo. A sorpresa, ho preso un bell'abbaglio: c'è moltissimo Giappone e poca contaminazione.
Lo stile, che ho particolarmente apprezzato, è ellittico e sobrio; i periodi sono brevi e incisivi; la prosa, talvolta evocativa, a tratti risulta dura.
Protagonista della storia è uno dei tanti hikikomori* giapponesi, Taguchi Hiro che, in forma di monologo interiore, racconta i fatti che lo hanno segnato precedentemente. 
Un incontro casuale, ovvero fortuito in senso proprio, al parco nel quale giocava da bambino, segnerà profondamente la sua quotidianità per un periodo. Si potrebbe pensare ad una specie di terapia, a un antidoto a quel bisogno straziante di isolamento.

* letteralmente “stare in disparte, isolarsi”, dalle parole hikutirare” e komoruritirarsi” (fonte Wikipedia); il termine si riferisce a quei giovani che vivono in isolamento, ritirati dalla vita sociale per scelta personale e per i motivi più disparati. La banalizzazione è in agguato, quando si cerca di trattare temi simili, ragion per cui non aggiungo altro. Invito chi fosse interessato ad approfondire. 
Una sola annotazione: il fenomeno sociale, nato in Giappone fin dalla seconda metà degli anni '80, è riscontrabile anche in Europa e negli Usa a partire dal Duemila. Uso con cautela e appositamente il termine "riscontrabile", perché su cause ed effetti sinceramente, non ne so abbastanza. Parlarne in termini di "diffusione da" mi pare oltremodo riduttivo.

L'incontro cui faccio riferimento, segna una svolta nella vita del ragazzo e anche in quella del signor Cravatta, un salaryman che è stato licenziato per essersi addormentato sul lavoro, colui il quale diventerà coprotagonista nel romanzo. 
L'autrice riesce ad affrontare con una delicatezza estrema temi dolorosi e attuali, come quelli dell'isolamento, dell'incomunicabilità, del crollo da stress in una società che vuole tutti performanti e al massimo, del bullismo...
Non tutto è perduto: è possibile rimettere insieme i pezzi e ricominciare a vivere.
Quando la Flašar fa dire a Hiro a proposito di Kumamoto, suo compagno di scuola e poeta
 "Ma quel frammento! È quello che fa la poesia. È il solo che le dà un senso. Nella sua voce c’era una febbre: La mia poesia funebre dev'essere un vaso, che perde acqua dalle sue crepe incollate."
mi sono ricordata dell'arte giapponese di ricomporre il vasellame andato in frantumi utilizzando una resina contenente oro (Kintsugi). Quello che si ottiene, partendo dall'imperfezione o dalla mancanza, risulta superiore, con un valore aggiunto. E infatti la poesia perfetta cui tende Kumamoto si deve generare dall'imperfezione, dalla molteplicità.
Nel libro c'è un'altra figura che prepotentemente si fa strada e ci disturba, ci fa provare compassione e rabbia: quella di Yukiko, un'amica d'infanzia di Hiro, forse una principessa scesa dalle stelle, come racconta lei stessa da bambina. 
Nel romanzo si accenna, e più di una volta, al "filo del destino":
- nei primi capitoli, Hiro afferma: "Oggi capisco che è impossibile non incontrare nessuno. Finché ci sei e respiri, incontri il mondo intero. Il filo invisibile ci ha uniti l’uno con l’altro dal momento della nascita. Per tagliarlo non basta una morte, e non serve a niente opporsi."
- dai rami dell'albero presso il tempio ove si incontravano Yukiko e Hiro, pendono tanti fili rossi quanti sono gli anni della loro amicizia: in questo caso il riferimento è al filo rosso del destino**
- nelle parole del signor Cravatta il filo del destino si concretizza, ad un livello universale, in un'immagine bellissima: 
"Voglio dire. Oggi sulla banchina della stazione, circondato da tante persone, mi sono chiesto se una di loro mi sarebbe mancata, nel caso non fosse stata lì, e poi: se anch'io le sarei mancato, nel caso non fossi stato lì. Se non siamo in qualche modo tutti qui per sfiorarci l’un l’altro. Quando finalmente è arrivato il treno e ho visto la mia immagine riflessa scorrere sui finestrini e, dietro, sui volti che dormivano, non era più una domanda, piuttosto una convinzione: siamo tutti imparentati."





** Il filo rosso del destino (Unmei no akai ito) è una leggenda popolare di origine cinese diffusa in Giappone. Secondo la tradizione ogni persona porta, fin dalla nascita, un invisibile filo rosso legato al mignolo della mano sinistra che lo lega alla propria anima gemella. Il filo ha la caratteristica di essere indistruttibile: le due persone sono destinate, prima o poi, a incontrarsi e a sposarsi (fonte Wikipedia).







Un passo che segnalo:
"È lei però quello che ride, mentre sua moglie lassù tossisce. Silenzio inquietante. Era rimasto congelato nel bel mezzo del suo movimento. Mi guardò, finalmente, dopo un’eternità, così mi sembrò. Si riscosse, finalmente, da una rigidità eterna, così mi sembrò. Fece un passo verso di me. Si fermò. Disse piano, molto piano: Ecco perché tu non diventerai un pianista. Tu non senti. Non hai orecchie. Senti soltanto ciò che è udibile in superficie, non ciò che c’è sotto. Raccogli le tue cose. La lezione è finita. Di’ ai tuoi genitori che sei l’allievo meno dotato che io abbia mai avuto. È uno spreco cercare di insegnarti che cos'è la musica. Chi in una risata non sente altro che una risata è sordo, io dico, più sordo di un sordo. Io rido per lei. Senti? Rise. Rido perché so che a lei piace quando rido. Ci metto dentro la tristezza. Senti? Rise di nuovo. Lei deve sapere che sono triste perché se ne va. Ci metto la gratitudine. Senti? Non smetteva di ridere. Ci metto dentro tutto quello che provo per lei. Lei lo sa. Lo sente. La mia risata deve accompagnarla. Ridendo si era accasciato a terra. Io insieme a lui, senza più rabbia. E allora vidi che piangeva. Le guance inondate di lacrime, piangeva e rideva, contemporaneamente."
E altro non si può aggiungere, leggete questa meraviglia! 

Giudizio finale: il mio tesssoro

Glò




10 commenti:

  1. Conosco bene il filo rosso del destino. Un'immagine davvero molto bella a cui solo la cultura giapponese poteva pensare. Ne parlava anche Takeshi Kitano in "Dolls", film che è in assoluto il suo capolavoro. L'hai visto? Una storia tristissima.....

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  2. A me Kitano piace molto, per i pochi film visti finora *__* E Dolls mi manca, questo significa che lo vedrò a breve (ovvero a giorni).
    Eppure, la tristezza che incontro solitamente nella cultura giapponese ha un'eco poetica e dolce. Oserei dire che mi piace!

    (Sappi che ho letto Jezabel, ne riparleremo! *__*)

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  3. La kintsukuroi mi ha fatto tornare in mente il romanzo di Dick "Guaritore galattico" dove il protagonista è per l'appunto un guaritore di vasi.

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    1. *__* vedo di procurarmelo!
      Ho letto ben pochi libri di Dick, tra i quali "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?" (a me è piaciuto parecchio, Blade Runner a parte, capolavoro, ma insomma son abbastanza autonomi libro e film).
      Grazie per il passaggio e la dritta ^^

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  4. La leggenda del filo rosso del destino è davvero magnifica. :)

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    1. Sì *__* La cultura giapponese mi affascina moltissimo ed è una continua scoperta! Questa in particolare, è una leggenda che già conoscevo; penso che la "fatica" nel leggere i giapponesi consista proprio nell'ignorare molta parte di quella cultura :P (sempre che non si legga senza senza alcuna volontà di approfondire, ovviamente).

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  5. hikikomori = letteralmente “stare in disparte, isolarsi”, dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi” (fonte Wikipedia); il termine si riferisce a quei giovani che vivono in isolamento, ritirati dalla vita sociale per scelta personale e per i motivi più disparati.
    Questo è un tema particolare: ne abbiamo parlato in casa quando è apparso e sono stati diffusi i primi dati anche sui nostri media, negi ultimi anni del secolo scorso. Quello che allora ci turbò tantissimo fu il fatto che le persone che facevano questa scelta, nel tempo, incrementavano il già altissimo numero di quelli che sceglievano di "andarsene" del tutto.
    Forse non riesco a risolvermi a leggere questo libro proprio perchè ritengo il tema "doloroso" e non è consolante il fatto che il protagonista trovi un "lieto fine".
    Concordo invece sil fatto che la leggenda del "Filo rosso" sia bellissima e, visto come va la mia vita, direi che ho trovato davvero l'altro mignolo a cui era attaccato il mio filo rosso.
    In quanto all' "'arte giapponese di ricomporre il vasellame andato in frantumi utilizzando una resina contenente oro (Kintsugi)" direi che è una cosa bellissima da proporre nel nostro assurdo mondo consumista, nel quale siamo ormai abituati a buttare via non solo gli oggetti che si rompono, ma anche le persone con le quali abbiamo piccoli screzi, senza renderci conto di quali tesori potremmo invece avere...
    Se riuscirò a leggere questa tua proposta tornerò a raccontartelo!
    Un grande abbraccio...

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    1. Grazie Gin per l'intervento!
      Il tema in effetti è duro, ma è trattato con una delicatezza sorprendente dall'autrice. Penso che sia una grandissima prova della Flašar questo libro.
      Aspetto il tuo ulteriore commento a lettura finita ^^

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  6. Cara Glò, questa recensione mi ha commosso, e ti ringrazio di cuore per avermi fatto scoprire questa meraviglia. Ho sento sentito come profonda e vera l'idea del "filo del destino" e dell'anima gemella, che non è una romanticheria mielosa, ma piuttosto un'unione profonda con una persona che ti completa, chiunque essa sia. Della tecnica del Kintsugi avevo già sentito parlare...

    Che dire del romanzo a questo punto? Lo voglio, lo voglio, lo voglio! ^_^

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    1. Che bello quando i vecchi consigli di lettura sono riscoperti dagli amici! ^^
      Questo libro, che ho deciso di leggere assolutamente per caso, attirata dalla doppia "nazionalità" dell'autrice, è uno di quelli più preziosi letti negli ultimi anni.
      Troverai tanta poesia e delicatezza su tematiche importanti; in puro stile giapponese, in sintonia con la filosofia zen, anche il dolore ha una controparte "positiva" (lo dico? risveglio, speranza...).
      Felicissima per le tue parole e grazie mille per aver commentato un "vecchiotto" :D
      Per finire... leggilo sììììì!!! *_*

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