venerdì 28 aprile 2017

Libro: "Le canzoni dell'aglio" di Mo Yan


Titolo: Le canzoni dell'aglio
Autore: Mo Yan
Traduttore: Maria Rita Masci
Edizione letta: Einaudi, collana Supercoralli, 2014 pagine 364

Guan Moye firma i suoi libri (ricordiamo che il cognome precede sempre il nome, in caso di autori cinesi) con pseudonimo Mo Yan, che significa "non parlare".
Lo scrittore, tra i contemporanei cinesi il più famoso e parimenti "discusso", nasce nel 1955 da una famiglia contadina dello Shandong.
Nell'ambito della Rivoluzione Culturale (a partire dal 1966), le condizioni di vita della famiglia si fanno dure: la povertà e l'essere "studente non meritevole" non consentono a Mo Yan (e ad altri ragazzi come lui) di proseguire gli studi. Lavora come contadino e poi in fabbrica, fino al 1976 quando entra nell'Esercito Popolare di Liberazione (le forze armate cinesi).
Durante questa fase, Mo Yan inizia l'attività di scrittore ed è anche traduttore (ad esempio di William Faulkner e Gabriel García Márquez, ciò che segnerà fortemente la sua stessa scrittura).
Nel 1984 entra all'Istituto Artistico dell'Esercito di Liberazione Popolare, inizia ad utilizzare lo pseudonimo Mo Yan e riceve il primo premio letterario della carriera.
Sempre dell'84 è il suo primo romanzo Touming de hong luobo, Rossa radice cristallina (in francese e inglese suona come Ravanello trasparente/cristallino; non è disponibile in italiano).
Nel 1986 pubblica Sorgo rosso, con il quale si fa conoscere a livello internazionale, e consegue la laurea in Lettere; nel 1991 ottiene un Master in Studi letterari e artistici presso l'Università Normale di Pechino. 
Nel 1999 lascia l'armata e il posto di lavoro presso il Dipartimento culturale delle Forze armate.
A questo punto è opportuno dare qualche informazione in più sulla scelta del nome de plume: l'autore ha dichiarato che la suggestione gli è derivata dalle raccomandazioni dei suoi genitori, durante la sua infanzia e adolescenza, affinché non esprimesse le sue idee pubblicamente, una specie di "meno parli, meglio è", che si comprende appieno pensando alla situazione sociale e politica della Cina di allora (e non solo di allora...).

Nel 2012 Mo Yan riceve il Nobel per la letteratura per il suo lavoro che "con un realismo allucinatorio unisce racconti popolari, storia e contemporaneità".
Non sono mancate le critiche all'assegnazione, anche da parte di colleghi cinesi, che gli hanno imputato mancanza di chiarezza e di presa di posizione forte e pubblica a sostegno di scrittori cinesi perseguitati. Più in generale, le critiche vertono sul fatto che Mo Yan è stato un uomo del sistema e quindi è sospettato di indorare la pillola, essere indulgente, mitigare. Ad esempio, raccontare gravi fatti sociali facendo anche ricorso all'umorismo nero, è stato interpretato come una precisa volontà di banalizzazione. 
Vi è stato chi ha fermamente difeso la scelta stilistica in questione, sia in rapporto alla scrittura non documentaristica ma narrativa dell'autore, sia sottolineando la base comune dei lettori cinesi relativamente all'esperienza tragica derivata dallo sforzo del Grande balzo in avanti, pagato dalla massa sulla propria pelle.
In questo senso il black humor servirebbe come antidoto al trauma subito, non certamente a muovere un'ilarità superficiale e fine a se stessa.

Questa un'introduzione minima, necessaria per parlare del romanzo che ho letto ormai un anno fa.
Sinossi
Nella provincia dello Shandong, in un luogo di fantasia chiamato ironicamente Tiantang, ossia Paradiso, i contadini si ribellano, prendono d'assalto la sede del distretto, irrompono negli uffici, lanciano dalla finestra i vasi di fiori e l'acquario che abbelliscono l'arredamento del capo, danno fuoco ai documenti, alle tende, ai mobili. L'esasperazione che li ha scatenati nasce dall'indifferenza e dagli abusi dei dirigenti del Partito che, dopo averli spinti a coltivare esclusivamente aglio a scapito di altre colture tradizionali, si mostrano poi incapaci di acquistarlo e, soprattutto, di trovare una soluzione per uscire dalla crisi che sia «dalla parte del popolo»; anzi, riattivano vecchi comportamenti di sfruttamento feudale. L'aglio che marcisce invenduto sotto i cocenti raggi del sole esala un tanfo di putrefazione che avvolge tutto il romanzo, come una grande metafora. Alla vicenda politica (realmente accaduta), si accompagna quella privata dell'infelice amore fra Gao Ma e Jinju, che è stata promessa in sposa a un uomo anziano e malato per permettere a suo fratello maggiore, che è zoppo, di trovare a sua volta una moglie. Gao Ma si ribella a questa usanza e non avendo ottenuto il sostegno delle autorità preposte a far rispettare la legge, che proibisce i matrimoni combinati, fugge insieme a Jinju per rifarsi una vita in un'altra provincia. A fare da cornice alla narrazione sono le canzoni del cieco Zhang Kou, il cantastorie locale, che aprono ciascun capitolo seguendo le usanze della letteratura popolare e traducono in parole e musica una coscienza collettiva altrimenti inespressa. Ambientato nel 1987 nel periodo della demaoizzazione, il romanzo descrive il momento in cui la politica delle riforme di Deng Xiaoping subisce una battuta d'arresto: la disciplina del Partito si è allentata, la corruzione dilaga, il sogno di una vita migliore che sembrava dietro l'angolo si rivela un incubo. La glasnost politica, iniziata dal segretario del Partito Hu Yaobang, contro la corruzione e per la democrazia, si concluderà tragicamente con la repressione del 4 giugno 1989. Anche la rivolta descritta nel romanzo sarà brutalmente repressa, e alla fine resterà soltanto la lingua protocollare della ritualistica di Partito a decretare la verità dei fatti avvenuti.
Come risulta dalla sinossi, questo libro non presenta quegli elementi di black humor tanto contestati a Mo Yan.
Anzi... Le canzoni dell'aglio è un romanzo durissimo, emotivamente provante ed illuminante. Non riesco a trovarci le motivazioni delle critiche mosse all'autore, non mi sembra che in alcun modo si guardi con simpatia al Partito, che si cerchi di dare motivazione-giustificazione delle politiche adottate, inumane, rispetto ai miseri contadini, privati dei diritti fondamentali. Non parliamo solo della possibilità di esprimersi, ma della condizione di libertà e rispetto dovuti a tutti in quanto esseri umani.
Nella vicenda più ampia che fa da sottofondo (importantissimo e vivido, però), ovvero la protesta dei contadini, si inserisce la storia di Gao Ma e Jinju. Come se fossero i Romeo e Giulietta cinesi, separati da ragioni sociali e famigliari che ci sembrano appartenere a epoche lontane, la storia del loro amore tragico consente una serie di percorsi collaterali, i cui protagonisti sono tutti infelici, miserevoli e costretti.

– Non fare così, bisogna rassegnarsi. Il mondo non è fatto per noi. Dipende dal destino, è tutto già scritto prima della nostra nascita, se sarai funzionario o schiavo, militare o servo, non lo decidi tu e non lo puoi cambiare… anche il fatto che siamo rinchiuse qui l’ha voluto il cielo. In fondo non è male, c’è un letto, una coperta, si mangia gratis, certo la finestra è un po’ piccola e l’aria non circola… non te la prendere, e se proprio non ce la fai, cerca un modo per mettere fine alla tua vita…

L'ha voluto il cielo: non c'è spazio neppure per la rassegnazione, si deve accettare il proprio destino, i personaggi non hanno alcuna possibilità di sottrarsi ai meccanismi del Partito, che in nome del progresso e del bene comune si fa repressivo e violento.

Ad un certo punto della lettura, un oggetto comune, poco significativo per noi, mi ha destata e riportata in una dimensione storica ben precisa, perché fino ad allora non riuscivo pienamente a comprendere in quali anni si svolgessero i fatti. Gao Ma, stanco e provato da fatiche e guai, trova ristoro per l'animo ascoltando musica dal suo piccolo registratore...  Ed è stato precisamente qui, a quest'altezza, che ho provato lo sgomento definitivo, quello che ti fa capire che non ci sarà un lieto fine, che non è neppure pensabile ce ne possa essere uno. Sia chiaro che in ben altri punti il romanzo mette alla prova la nostra sensibilità (le incarcerazioni, i pestaggi, le repressioni, la sporca fisicità raccontata) ma quell'oggetto è stato come un'epifania, un disvelamento: gli anni a ridosso del'90 sono "ieri", quelle cose terrificanti accadevano quando io frequentavo il liceo e di lì a poco scioperavo contro la Guerra del Golfo. Quando io avevo uno walkman, che ascoltavo in tutta serenità.
Potrei parlarvi a lungo di che cosa ha significato questa lettura per me, ma forse la precedente riflessione ve ne dà la misura.

Le belle descrizioni della natura compensano - ma non possono essere consolatorie, è evidente - la durezza e lo strazio provato durante la lettura de Le canzoni dell'aglio. Elementi della tradizione, come le canzoni del cieco Zhang Kou che aprono ciascun capitolo, conferiscono una certa epicità al romanzo. Certamente qui mancano gli eroi in senso tradizionale, a prenderne il posto sono i miserabili, che con le loro storie ci commuovono e disturbano profondamente.

Da fuori giunse un odore fresco di sterco di cavallo. Un puledro baio galoppava ai margini dell’aia e a tratti sbuffava dispettoso. Le stelle brillavano, il firmamento era dolce, profondo e pareva una distesa di velluto. Il granturco cresceva nei campi sussurrando. Tutti guardavano Zhang Kou, alcuni mormoravano parole incomprensibili. Zhang Kou raddrizzò la schiena, con una mano strinse il manico del violino, con l’altra mosse l’archetto di crine di cavallo, che all’inizio produsse sulle corde un suono rauco e soffocato, ma subito dopo lo rese rotondo, luminoso. I cuori di tutti si strinsero, come fossero in attesa di qualcosa. Le ciglia degli occhi infossati del cieco vibrarono, il suo collo si allungò e il viso si sollevò quasi volesse guardare le miriadi di stelle che riempivano il cielo.
Gao Ma fece un altro passo verso Jinju, fino a sentirne il respiro lieve e addirittura percepirne il calore del corpo pieno. La sua mano si allungò in esplorazione, come il muso di un animale timoroso.

Lo stile di Mo Yan risente dei grandi autori tradotti citati precedentemente: ci sono salti temporali, elementi che richiamano il realismo magico in senso proprio, stati sognanti e allucinati che si alternano al più crudo realismo. Più volte lo scrittore, in occasione di interventi ed interviste, ha citato come fonte d'ispirazione Italo Calvino per "la vena surreale, il gusto della favola."

Letture simili servono a cercare di far pace con l'Umanità, a vedere almeno per un momento attraverso gli occhi di chi lascia il proprio paese per sperare di ritrovare se stesso e la propria libertà. Per trovare un "Posto".

Fonte per la biografia: Wikipedia
Sinossi: dal sito Einaudi editore

Giudizio finale: il mio tesssoro
Glò

32 commenti:

  1. Mi piace molto questa recensione: il mondo dei miserabili così disturbante è, in realtà, un'ottima scusa per riflettere su tante cose davanti a uno specchio. Farò del libro anche il mio tesssoro.

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    1. Grazie Marina, mi fa immensamente piacere che ti sia arrivato il mio "disagio", che hai spiegato in modo perfetto con la tua osservazione.
      E sono sicurissima che Mo Yan sarà un autore che apprezzerai, perché la durezza delle storie raccontate è risolta brillantemente attraverso uno stile unico... ne riparleremo!
      Buon week end ^_^

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  2. Ho sentito parlare spesso di Mo Yan e della sua scrittura, giudicata da alcuni "volgare" - ma forse, come dici tu, lo humour nero è l'unico modo per affrontare dei temi ancora così dolorosi per milioni di persone.

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    1. Ciao Andrea! Confesso che prima di leggere questo romanzo, per me Mo Yan era un autore interessante, tra i molti che annoto e via :P
      Penso che tu abbia colto un punto nevralgico: come poter raccontare tragedie, repressioni e mancanza di diritti dall'interno di sistemi poco trasparenti... Diciamo che la via del "restare dentro" e denunciare non in modo eclatante (e pericoloso) potrebbe dare parecchi frutti alla lunga.
      Da qui, da un altro "mondo", è troppo facile sparare sentenze.
      Grazie mille, buon week end ^_^

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  3. Grande autore, Mo Yan. Ti ringrazio per avergli dedicato spazio, anche se mi rendo conto che non è un autore facile. Ti consiglierei di leggere - se non l'hai già fatto - «Grande seno e fianchi larghi» disponibile in Einaudi tascabili. Credo che meriti anch'esso la qualifica di tessssoro...

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    1. Ciao Massimo, grazie per commento e consiglio: quel titolo che mi suggerisci avrà la precedenza su altri dell'autore che avevo adocchiato (Sorgo rosso e Il supplizio del legno di sandalo).
      Nonostante dalla lettura sia uscita provata :D (sorrido, perché vedi te la potenza di un libro...) Mo Yan è entrato tra i miei preferiti, non c'è dubbio!
      Buon week end ^_^

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  4. Bellissima recensione che, come spesso capita quando ti leggo, mi fa venire voglia di lasciare tutte le letture in corso e buttarmi su questo libro! Lo metto tra le possibili letture estive, ma riuscirò a completarle tutte? (Sospiro)

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    1. E come sono contenta!!! Quando passo sul tuo blog mi capita lo stesso, e vanno aggiunti gli scambi sociali che portano ulteriori ispirazioni di lettura :D
      Mo Yan "va letto", è interessantissimo per lo stile e per le tematiche affrontate, so che ti piacerà.
      Riusciremo a leggere tutto(?): dobbiamo crederci fortemente! XD
      Grazie mille!!! ^^

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  5. Mi ripeto: stupenda recensione. Prima o poi mi confronterò anche con gli scrittori cinesi.

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    1. Ciao Marco, questo è un ottimo inizio per esplorare la letteratura cinese *_*
      Tu proponi libri interessanti, io ricambio il favore :D
      Grazie mille! ^_^

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  6. Ho letto con interesse la recensione, che anche a me rievoca ricordi del passato. "Il libretto rosso" era la Bibbia di famiglia.
    E curiosamente mi sto occupando anch'io, nel mio nuovo post, di eventi storici e rivoluzioni. Quando si dice la sincronia :-)

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    1. Ciao Ivano, ben contenta che il post sia stato stimolante ^^ Ora son curiosa di leggere quel che ci proporrai tu :O

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  7. Aggiungo che trovo assurda l'accusa mossagli dai colleghi: non è che uno scrittore debba a ogni costo essere fuori sistema e opporsi alla società in cui si trova a dover vivere e scrivere. Borges, per esempio, non ha mai mosso critiche alla dittatura argentina.

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    1. Condivido quello che hai scritto, anche perché la letteratura non necessariamente deve essere impegnata, può esserlo certamente. In questo caso specifico, ho riportato quanto letto da fonti diverse nel web, probabilmente le ragioni degli uni e degli altri andrebbero meglio contestualizzate. Ma, di fondo, quel che a me sembra un paradosso è che Mo Yan non mi pare essere una voce "confortante" rispetto alle vicende che hanno ispirato il suo romanzo (e non il suo "saggio", per dire eh :D).
      Grazie mille Ivano per i tuoi interventi e buon week end ^_^

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  8. Ho letto e lo devo ammettere con un po' di fatica " Sorgo rosso"senza nulla togliere alla bravura dell'autore che quasi tramuta le parole in poesia.
    Sicuramente è da conoscere.
    Ti prometto che passata questa polimialgia( se mai passerà) lo leggerò, ne vale la pena.
    Un bacio grande

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    1. Ciao Nella! Io per adesso ho letto soltanto questo titolo, ma mi riprometto di approfondire nel tempo: Sorgo rosso è il suo titolo più noto, credo sia bellissimo, nonostante la durezza.
      Attenderemo un buon momento per leggere Mo Yan ;)
      Grazie mille e ti abbraccio ^_^

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    1. Ciao Nick e grazie!!! Mi fanno tanto piacere il tuo sostegno e apprezzamento ^_^

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  10. Ma i titoli dei suoi libri contengono tutti un vegetale? E se è così come mai questa curiosa scelta? (il titolo è sempre una fase delicata nella produzione di un'opera)

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    1. Allora, per me questo è stato il primo titolo letto di Mo Yan. Non posso risponderti quindi che per quel che ho esperito :D
      Le questioni che evidenzi sono implicitamente contenute nella mia "recensione": l'aglio è protagonista di quella protesta realmente accaduta, quindi assume un valore che non è solo metaforico, di marcescenza come scritto nella stessa sinossi.
      Non ho assolutamente un'idea precisa delle scelte compiute dall'autore, perché non ho mai studiato saggi critici che lo riguardassero. Penso che la scelta di inserire dei termini particolari, come aglio, supplizio di sandalo, 41 colpi, seni grandi ecc. - vedasi i titoli delle sue opere - sia in linea con la scelta di Mo Yan di scrivere della sua terra, con gli elementi e le contraddizioni che la segnano, recuperando dalla tradizione e dalla cultura.
      Di più, non saprei :D

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  11. Bellissima recensione, molto "sentita". Quando si leggono queste storie, ti si stringe il cuore anche perché non sono situate in un ipotetico futuro alla Orwell, ma in un passato che è appena dietro l'angolo. Non possiamo nemmeno immaginare le condizioni di vita durante un regime dittatoriale, che ancora oggi brutalizzano le persone riducendole a schiavi. Mi ricordo la tristezza profonda di quando avevo visto al cinema L'ultima concubina, pure tratto da un romanzo.

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    1. Ciao Cristina ^^
      Mi fa davvero piacere che sia arrivata la forte emozione provata durante e dopo la lettura del romanzo. Tu conosci la mia passione e predisposizione per la storia, però ci sono libri di narrativa che talvolta riescono ad andare "oltre", a trasmettere quello che un saggio, giocoforza, non può comunicare.
      Si fanno molte elucubrazioni sulla letteratura, sul suo valore: ecco, penso a libri come questo. Fermo restando che un'opera letteraria deve avere un'autonomia e un valore stilistico.
      Ricordo perfettamente il film che citi, e concordo con l'amarezza e tristezza provate.
      Grazie mille e buona serata!

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  12. Non conoscevo questo autore, grazie, sei stata molto precisa 😉

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    1. Ciao Giulia! ^_^
      Mo Yan è un autore del quale probabilmente non si parla abbastanza! Certamente i suoi libri non sono di facile lettura - non tanto in quanto a stile :P
      Grazie mille e alla prossima!

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  13. Non so Glò, forse per me non è il periodo giusto.
    La tua recensione è, come sempre, precisa e coinvolgente.
    Ma sarò io che non sono riuscita a trovare interessante l'autore.
    Un abbraccio.

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  14. Cara Mariella, da quel che ho capito questo tipo di letture non è decisamente quel che ti ci vuole al momento :P
    Ma, a parte la situazione dell'oggi, io penso che sia impossibile trovare tutto interessante: se non si avverte una certa predisposizione o curiosità, meglio lasciar andare ;)
    Ci sono troppi libri tra i quali scegliere le nostre letture!
    E grazie mille per aver comunque apprezzato ^_^
    Ti abbraccio forte!

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  15. Uno scrittore tutto da scoprire.
    Serena giornata.

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    1. Sì, davvero un autore interessante che può fornirci tanti spunti di riflessione, sia verso un paese di fatto ancora molto chiuso, sia verso quella cultura stessa, anche in relazione alla massiccia immigrazione.
      Grazie Cavaliere e buona serata ^_^

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  16. Ciao Glò, hai fatto bene a presentare Mo Yan perché "Le canzoni dell'aglio" è uno splendido romanzo da scoprire e vivere.
    Infatti credo che questo sia uno dei libri che ho "vissuto" di più, ovvero che mi ha fatto sentire proprio dentro la storia, molto vicino ai personaggi per i quali ho veramente sofferto [mi sono commossa e arrabbiata per ciò che accadeva loro, più volte (-_-) ].
    Mo Yan è stato così bravo a descrivere le situazioni e i pensieri dei personaggi che mi ha dato l'impressione di essere sempre con loro, in quel mondo contadino così povero, ad assistere impotente alle loro innumerevoli difficoltà: i contadini patiscono così tanto e ingiustamente che si vorrebbe proprio fare qualcosa per aiutarli...
    La scrittura di Mo Yan è semplice, accessibile e talvolta molto poetica. Anche a me non sembra che contenga "humor nero" perché le situazioni reali sono raccontate perlopiù in modo oggettivo e conciso. Anche gli aspetti più violenti e crudi della vita dei contadini (le condizioni di miseria, la fatica del lavoro, i soprusi) sono descritti senza edulcorazioni. Che siano proprio questi aspetti, così insensati e irragionevoli, ad aver spinto alcuni critici a pensare che l'autore facesse dello humor nero? Boh, la mia è solo un'ipotesi perché, come ben sai, sono tante le vicende che si stenta a credere possibili per la loro irrazionale tragicità.
    Dovremmo leggere insieme anche altro di questo autore per trovare lo "humor nero" e chissà...
    A presto!

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    1. Ciao Kiariel, ti rispondo con discreto ritardo, pardon!
      Leggere questo romanzo, entrare in empatia con quei personaggi e le loro storie, è davvero un'esperienza provante. La sensazione di impotenza, quella nostra di lettori, forse è rafforzata dall'accettazione - rassegnazione che aleggia in quelle campagne.
      Probabilmente, a proposito del black humor, se ne troverà traccia in altre opere: sono curiosa anche io. Ci sono alcuni titoli, consigliati da amici lettori, che ho segnato: Grande seno e fianchi larghi, Sorgo rosso e Le rane. Cui aggiungerei il nuovissimo I quarantuno colpi XD

      Alla prossima lettura!!!^_^
      Grazie mille!

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  17. Un libro da prendere in considerazione senza ombra di dubbio...
    E' proprio vero che tutto il mondo è paese perchè, leggendo la tua recensione e la tua considerazione finale, mi torna in mente la mia infanzia e adolescenza di emigrata dal sud italia per cercare un "Posto"
    Grazie cara, un baciobacio sempre

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    1. Ciao Anna ^^
      Romanzi come questo ci permettono di entrare nelle vite di persone lontanissime da noi per cultura e distanze... ma come dici tu, forniscono anche appigli per ripercorrere alcune dinamiche generali, e sinceramente a me pare che l'oggi sia abbastanza oscuro per tutti.

      Ti ringrazio per aver apprezzato, ricambio il bacio e buona serata ^_^

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